ma il mio nome è lucia. Un anno fa c'era una ragazza di quei master estivi di musica classica (qui ci sono due accademie), un soprano. Dalle finestre dello studentato che la ospitava la sentivo fare i suoi esercizi di riscaldamento al piano e poi iniziare con l'aria della Bohème. Allora mi affacciavo a sentirla. E mentre i vicini, bravi solo a ragionare in termini di tamburi da palio, la maledivano per il rumore, io non potevo fare a meno di piegarmi sull'inferriata, appoggiare la testa e piangere. E stava solo provando.
Qui scomodo la Callas per rendere l'idea ai non melomani dell'effetto che fa. Fui solo un punto che mi vinse. Indovinate quale.
Mimì
Sì. Mi chiamano Mimì,
ma il mio nome è Lucia.
La storia mia è breve.
A tela o a seta
ricamo in casa e fuori ...
Son tranquilla e lieta
ed è mio svago
far gigli e rose.
Mi piaccion quelle cose
che han si dolce malia,
che parlano d'amor, di primavere,
che parlano di sogni e di chimere,
quelle cose che han nome poesia...
Lei m'intende?
Rodolfo
Sì.
Mimì
Mi chiamano Mimì,
il perchè non so.
Sola, mi fo
il pranzo da me stessa.
Non vado sempre a messa,
ma prego assai il Signore.
Vivo sola, soletta
là in una bianca cameretta:
guardo sui tetti e in cielo;
ma quando vien lo sgelo
il primo sole è mio
il primo bacio dell'aprile è mio!
il primo sole è mio!
Germoglia in un vaso una rosa...
Foglia a foglia la spiol
Cosi gentile il profumo d'un fiore!
Ma i fior chlio faccio, ahimè!
i fior chlio faccio, ahimè!
non hanno odore.
Altro di me non le saprei narrare.
Sono la sua vicina che la vien
fuori d'ora a importunate.
il fenomeno mario, e in questo caso l'aggettivo d'obbligo è solo inglese, è stato "inspirational". E' valso un nuovo tag, una nuova rubrica, una nuova prospettiva. Ho proseguito nelle osservazioni della fauna umana, e anche il mio approccio da buon viaggiatore sentimentale (orgogliosa vittima dell'eloquio alla Laurence Sterne) ha fatto sì che la mia attenzione si posasse su specie curiose ed enigmatiche che tuttavia spesso si incontrano sui treni.
1. Il magnificatore.
A un certo punto il telefonino gli squilla. Non attendeva altro, ha pregato dai dieci minuti passati dall'ultima conversazione che il miracolo finalmente si compisse. La suoneria, coloratissima e altissima, è un capolavoro che mescola le atmosfere dei quartieri spagnoli col repertorio da esordiente del dj molella: "Oh, carissimo! Sai sono un po' fuso dalla mia ultima mostra. Scrivi l'introduzione al vernissage la sera prima che quella cretina dice si poi no, poi manda giù di blackberry, dammi anche quattro idioti che sei lì con le slide, e il supervisor, è mica roba da niente..." Incipit con captatio benevolentiae, parole estere volutamente accentuate. Il tutto ad un volume che permetta all'intero vagone di apprezzare. "Beh ora in programma ho un briefing con l'assessore alla cultura", accentone che cade su assessore, due minuti di silenzio tenuto a stento con qualche "mmm....mmm" esprimente sicumera, e poi la critica "sai questi qua non capiscono un cazzo..." la magnificazione dal professionale va all'umano "no...no....no...no" , quinto no interrotto, " è quello che dice...ah si anche tu....ah ah...dai...si no io sono sempre stato una persona corretta che sta lì, giù, lavora..." svoltata in giustiziere della notte "ma se me ne fanno una poi tu lo sai, divento spietato". Risatella sardonica a chiudere, "ciao ciao". Minchia. Alla telefonata che segue esattamente due minuti dopo, amante della variatio, inserisce la funzione shuffle e così pronuncia le stesse identiche frasi mutando semplicemente l'ordine.
2. La vecchia bagagliofoba.
Ti capiterà a fianco anche tra venti fermate. Ma tu sai e già dovresti sapere, venti fermate prima, che appoggiando il tuo zaino su quel sedile di fianco, però assegnatole, a lei, dal destino o dalla divina provvidenza, tu le arrechi un'offesa mortale. La carrozza vede posti vuoti e desertificati, uno che arridendo la fascia oraria dei pendolari riesce a crogiolarsi su 4 sedili contemporaneamente. Ma lei vede te, che fai finta di dormire. E vede il tuo zaino. Cento altri posti liberi dove accomodarsi, ma l'oltraggio è compiuto. Il passo è lento ma l'andatura è di chi sa. Senti un colpetto e ti ritrovi questa testa boccolosa raccolta o corta che ti ondeggia in alto in basso e lateralmente come una cartapesta su un carro di carnevale. Sbarra gli occhi e poi il capo inizia un ondeggiamento laterale discendente col quale ti accusa dell'incapacità di cogliere l'ovvietà. "Scusi, signorina..." se ti va bene. Sennò si pianta lì senza dire niente, lascia parlare il suo silenzio, diventa un essere mallarmeano. E tu devi interpretare l'enigma, come punizione alla mancanza del senso di ovvietà. Venti minuti per liberare quel posticino che ti sollevava dall'ambascia di un carico. Trattenendola, ulteriore fatica, dalla foga di planare sulle tue scartoffie. E finalmente conquista il posto. Ma è quel senso di rivalsa che ti è rimasto in un angolo, lì, un rimasuglio, a determinare la sopravvivenza del tuo protettorato sul bracciolo. La vecchia passerà le ultime due fermate a puntellare il suo gomito invano.
Uno tra i film più decenti che ho visto almeno da 5 anni a questa parte.
E' la ricostruzione della storia della Rote Armée Fraktion, un gruppo di terroristi di estrema sinistra attivo in Germania dal '71 fino al '98. Fatto bene, preciso, senza sbavature, ritmo da thriller, con qualche concessione al languore in chiave vintage che non stona (la scena della corsa di notte in auto con in sottofondo My Generation degli Who e la giacca in pelle verde della biondissima e mascaratissima "Gudrun Ensslin" alla guida di un gioiellino stile OstBerlin è già una delle mie personali scene madri). In fondo la carne al fuoco che viene messa è tanta, ed messa ad arte, ragion per cui se la profondità con la quale si affrontano gli argomenti non permette di saperne molto più al di là delle frasi ad effetto di Baader Meinof ecc ecc, il film lo apprezzi come un suggerimento ad approfondire in separata sede un po' di storia della germania dell'epoca. Il che fa dimenticare le terroriste che escono dalla questura che sta lì lì per esplodere manco fosse una sfilata. E se vi ci si è trovati, riconoscere i luoghi degli scontri a fuoco fa sempre il suo effetto....
qualcuno deve spiegarmi, o meglio spero che prima o poi ci facciano uno studio di tipo antropologico, su come mai quando un assembramento umano in un luogo pubblico, preferibilmente strada raggiunge una certa soglia di densità, qualcuno, sempre immacabilmente nella folla urla "MARIOOOOOO!"
Mi chiedo da quale entità perversa, forse, probabilmente, una figura anonima di collegiale, sia scaturita l'idea di insegnare al pappagallo delle monache del monastero a pochi passi da dove opero giornalmente, (pappagallo che la leggenda vuole assoldato per scacciare piccioni particolarmenti escrementizi) a invocare il nome di "Rocco".
"La musica di Battiato, dei primi due dischi,
la associo alla sensazione di libertà che avevo da bambina,
a un lenzuolo bianco al vento,
sulla linea di orizzonte del mare,
nelle estati tra l'82 e l'83."
Premio Paleolitico:
la prima che ricordo, quella che cantavo nel passeggino quando venivo condotta fuori all'aria aperta con i primi caldi, di pomeriggio.
Premio Aerodinamica e Sfida alla legge di Gravità:
l'idea di uno stormo di piccioni che solleva quattro donne in volo mi ha sempre affascinato. Per non parlare del calesse di Lindberg. Adatto per trasvolate oceaniche, avo della macchina Hazzard.
Premio Best Nutella Companion:
una volta deli linguisti, o scienziati comportamentali non ricordo, hanno fatto degli esperimenti con un cane. Facevano trillare un triangolo e gli davano la pappa, e la cosa è diventata talmente abituale che appena il triangolo trillava il cane con quel suono iniziava a schiumare dalla fame anche se la pappa non era lì. Ecco a me Holly e Benji faceva venire voglia schiumante di pane e nutella. Una sigla che poi vantava un apprezzabilissimo riff di basso.
Premio Diaspora
quando questa sigla partiva il salotto di casa si spopolava tra borbottìi e malcontento generale. Rimanevano due figure: mio padre che per farmi cambiare canale perseguiva la strategia dello sfinimento nervoso cantando la sigla, e io che in fervida attesa di seguire la fine della schiacciata delle Seven Fighters, iniziata dieci puntate prima, facevo finta di non sentirlo.
Premio Sinaspora
Per effetto contrario a quello di sopra, questa sigla aveva l'effetto di attrarre l'attenzione di chi si trovava in prossimità del salotto. Ovviamente dal discorso si esclude sempre il padre, che cantava fidandosi della strategia di logorio nervoso. Lady Oscar è una di quelle cose che ti segnano. Purtroppo sei costretta ad ammetterlo quando 20 anni dopo, passando sotto la colonna che ricorda la Bastiglia ti viene da pensare che lì è morta davvero lady Oscar François de Jarjais.
Premio Maldiscuola
Trasmesso ad un orario che era appettibile solo ad un pubblico che per un motivo o l'altro marcava visita a scuola. Fare un cartone su un personaggio non giovane, e con un potere che più che un vantaggio costituiva una fregatura è stato uno dei motivi che me lo ha fatto sempre ricordare.
Premio Drum machine
Nelle sigle anni 80 della drum machine se n'è fatto un abuso crasso e spietato, da far confondere trame, personaggi, colori dei capelli. Con l'eccezione di questa perla di Giordano Bruno Martelli e Valeri Manera, che mi attira ora come allora, esprimendomi in termini di ere geologiche.
But the Winner is:
per accattivanza della sigla, per soggetto, per aver cantato le idealmente le gesta di tutte le ragazzine "con due occhi neri neri ma lucenti e molto fieri", per l'assenza di superpoteri, per il ciuffo di Shiguzo Tsukikage, è il mio preferito in assoluto.
Cittadini, fratelli, webbici, non vengo qui a seppellire linguaccia, bensì, con la tenuta da legionario spedito nel freddo dove dimorano Cimbri, Teutoni e Turchi, a narrar le mirabolanti impressioni di questa tavola nuvolosa innevata e verdognola che accoglie chiunque varchi il confine alpino, dove il Pretzel cresce felice di essere mangiato, dove il Pretzel ti insegue per essere mangiato.
Ed è dal cibo che voglio iniziare, perché, è l'impatto che tanto si favoleggiava in patria esser lo più duro. Tant’è che appena arrivata, talmente hai voglia di essere all’estero che sei già in una pizzeria italiana. E con un certo disagio, noti che in vetrina espongono i tarallucci. Come fossero delikatessen. Al che pensi, se gli italiani li hanno esposti per attirare la fame dei tedeschi, , se sti tedeschi esaltano tanto il biscotto più claustrale della Mulino, nei giorni normali ci sta che li trovi a grufolare in un trogolo a 5. Ma non è così, o almeno, con mia buona tolleranza no. Sfatiamo un po’ di miti, anzi no. E’ vero, qui la salsina abbonda. Mai come nella vita avrei pensato di ridurmi a godere di un fish and chips intinto in una vaschetta-biscotto grondante di salsa remoulade. Mai avrei pensato che una bratwurst col panino può contemplare di accogliere in tutta la sua ghiotta longitudine non solo il senf e il ketchup separatamente, ma perfino insieme, in un abbraccio mortale. Mai avrei pensato. Eppure ci sono cascata. La dieta mediterranea è lì, quando voglio, ma una descensus ad inferos culinaria come questa non mi capiterà mai più così, con questa continuità e queste proporzioni. L’italiano che si conserva tale in cucina o accende un mutuo, (tutto quello che anche alla lontana richiama la penisola è genere di lusso) o rischia di aver a che fare con degli ingredienti che meriterebbero una menzione speciale nel genere larmoyant. E’ bellissimo andare nei supermercati e vedere attribuzioni clamorose alla penisola di specie nordiche, che vivono di luce riflessa per tirare su col prezzo: pomodori pachino olandesi, olio extravergine tedesco, con nomi che nell’inconsapevolezza di qualche teutonico che si diletta in marketing mettendo quattro vocalizzi a caso per fare “italienisch”, rasentano, ma spesso sprofondano, nel grottesco. Non mi stupirei se un giorno trovassi su uno scaffale la pasta “Nonna Loffa” (giuro che se la trovo la metto come nuovo avatar) o il tonno mediterraneo “Muzzo Puzzo” Perché la cultura germanica da secoli non esce dal tunnel delle allitterazioni e delle assonanze, ma questa è una roba che piace solo ai filologi e a loro la lascio. Magari verrà tra di loro un allegrone e con le etichette ci costruirà la scena di un raduno di guerrieri epici, ma questo è sperare troppo. (e Nonna Loffa incrociò il lucente frassino con Muzzo Puzzo dal bianco scudo….eh eh eh. Basta. E’ il delirio, è la vecchiaia, è la Germania). Basta. Mi è parso giusto gettarmi a capofitto nella cucina germanica e provare in ordine di preferenza:
Apfeltasche. L’altro nome del paradiso. Un saccottino con i pezzi di mela e spolverata di cannella, saccottino che può essere declinato in pasta morbida con in più uvetta e mousse di mela , o presentarsi come friabile pasta sfoglia. (questo vi dice il rigore scientifico col quale mi sono accostata al problema delle Apfeltasche come viene affrontato nelle varie catene di pasticcerie Backerei e Konditorei del circondario). Dopodichè.
Pfannkuche. I cuginetti di quelli che la dominazione austriaca ha fatto conoscere in Italia come Krapfen o Krafen. Cugini di settimo grado del maritozzo romano. Si fanno apprezzare caldi, con la marmellata di prugne all’interno, non a pezzettoni, ma liquida e lo zucchero a velo sopra. Alle volte anche ai frutti di bosco, con zucchero sopra, ma glassato.
Nicolaus di Marzapane. Una specie di torroncino di pasta reale, marturana, o pasta alle mandorle, per chi frequenta il genere. Delirio. Una statuina di cioccolata croccante e fondente, e sotto uno strato ignobilmente spesso di pasta alle mandorle.
Mandorla tartufata. Mandorla arrostita e poi ricoperta di uno strato di cioccolato tipo gianduia e poi spolverata al tartufo. Dio mio. Dio mio.
Rosinenbrotchen. Panini dolci con l’uvetta candita. In un pomeriggio con the, me ne sono sparata 5.
Landbrot. Pane di campagna anche noto come Krustbrot. E hai detto niente. Ha la crosta bruciacchiata e salato al punto da farmi sentire a casa. Tale pane dalla vetrina ti implora di essere intingolato nell’arrosto di costata di maiale al rosmarino (rosolata al Mumm, in un momento di cucina casalinga estrema) o di farne bruschetta.
Gluhwein. Vino balsamico, da dessert. Non fate come me, che l’ho usato per mandar giù una salsiccia Turinger alla senape, con l’insalata di patate. Lo annusi sa di menta. Lo bevi sa di frutta. Ma quando ti provi ad alzarti, provi, dal tavolo, ti accorgi che era vino.
Ma il cosmopolitismo della grande città ti porta anche a cimentarti con cibo di altri luoghi, continenti e stagioni, tipo..il giapponese. Per non sbilanciarmi ordino quello che appare essere salmone. Buono, le bacchette una favola. Finché non noto un bioccolino verde a lato del piatto. Mi dico che simpatica cremina sarà mai. Metto una puntina sulla bacchetta per assaggiare perché non mi fido. Non avrei mai potuto immaginare che una frazione di secondo dopo sarei stata, nel frenare le lacrime a schizzo intermittente tipo innaffiatoio da latifondo, annaspando per il tè verde, a rammentare l'episodio descritto nella bibbia, libro dell'Esodo, della colonna di fuoco contro gli eserciti del Faraone. Ma non tutti fanno conoscenza con la salsa Wasabi in modo pacifico.
E non aggiungo altro.